Contenuti generati AI: la posizione di Google

Contenuti generati AI: la posizione di Google

Chi si occupa di posizionamento SEO sui motori di ricerca, sa benissimo quanto Google “adori” i contenuti, in particolare quelli testuali. L’algoritmo di Mountain View, infatti, considera i contenuti un criterio prioritario nella scelta dei siti da posizionare nei primi risultati di ricerca. I webmaster lo sanno, per questo nell’ultimo periodo hanno iniziato a diffondersi i testi generati da AI, per ovviare a un talento latitante nello scrivere, mancanza di conoscenze di SEO copywriting o semplicemente di idee.

All’apparenza, l’intelligenza artificiale si rivela lo strumento in grado di superare tutti questi problemi in un attimo. Sistemi in grado di analizzare in tempo reale una mole cospicua di dati per tradurla in un testo dal senso compiuto.

Ma Google ha già preso le dovute contromisure, classificando i contenuti testuali non generati dall’umano come spam, con pesanti conseguenze in termini di penalizzazione in SERP per un sito web. Basta sistemi automatici: i contenuti devono essere scritti dagli utenti per gli utenti.


Contenuti AI: quali sono
Google e contenuti AI: una lotta fino all’ultima parola. Ma quali sono, nel dettaglio, i testi che il motore di ricerca classifica come spam? Vediamoli!
  • Testi generati mediante procedure automatizzate, come le catene di Markov;
  • testi realizzati tramite strumenti automatici, privi di alcun apporto umano nella stesura e nella revisione;
  • testi tradotti da tools automatici;
  • testi completamente privi di senso, contenenti parole chiave per le quali si intende posizionarci
  • aggregazione di contenuti provenienti da diverse pagine web sui quali non si interviene minimante (un classico “taglia e cuci” con pessimi risultati).
Google dichiara palesemente che “se ospiti questi contenuti sul tuo sito” impedisci che vengano mostrati sulla Ricerca”.
Il colosso di Mountain View, per una completa ed esaustiva chiarezza sul tema, ha anche proposto una definizione dei contenuti generati dagli utenti, per far sì che ci si attenga strettamente alle direttive.

Contenuti AI: la posizione di Google
“A Google non la si fa”. Si può riassumere così il pensiero di John Muller, Webmaster Trends Analyst di Big G lo scorso 1 aprile. In un’ampia discussione pienamente dedicata alla SEO, Muller apostrofa i contenuti generati da AI come un chiaro tentativo di manipolare i ranking, andando quindi contro il reale obiettivo di Google di porsi come strumento per aiutare gli utenti. “Google” – aggiunge Muller – “prenderà provvedimenti in merito a tali contenuti”.

I contenuti generati da un’intelligenza artificiale, quindi, sono considerati una vera e propria violazione delle linee guida per i webmaster. Qualsiasi contenuto generato automaticamente, utilizzando strumenti di machine learning è visto da Google come un ordine casuale di parole: magari con l’intelligenza artificiale il risultato è oggi nettamente migliore rispetto al passato, ma per il motore di ricerca è sempre una vera e propria violazione, meritevole di categorizzazione come spam.

Non basta la qualità, infatti, secondo Google: anche i contenuti scritti in uno stile simile a quello prodotto da un essere umano almeno discretamente capace di produrre in una determinata lingua, possono essere tacciati di spam, se rilevata l’automatizzazione. Chiaro, a questo punto, che esiste un rischio di “falsi positivi”, ossia contenuti generati dagli utenti classificati come creati con sistemi di intelligenza artificiale. Al contempo, sussiste la possibilità che l’algoritmo non rilevi direttamente l’anomalia.
Per questo motivo, Muller ha fatto sapere che un team di esperti spam è costantemente al lavoro per monitorare ogni grado di evoluzione delle possibilità di intervento dell’AI sui testi. Nulla, quindi, sfugge a Big G.

Eppure soltanto lo scorso anno, la posizione di Google non era così netta, anzi. Lo stesso Muller affermò che a Mountain View si stavano progressivamente spostando verso un focus maggiore sulla qualità dei contenuti, a prescindere da chi (o cosa) fosse generato. Ancora del tempo doveva passare, prima che la completa transizione verso tutti i contenuti (anche quelli generati da AI) fosse accettato, ma, per l'appunto, era questione di tempo. Ora sembra in atto una vera e propria inversione di marcia, o meglio un ritorno al passato, visto che già nel 2010 Google dichiarò che l’uso di strumenti di traduzione automatica (Google Translate) per la creazione di contenuti potrebbe essere considerato contrario alle normative per i webmaster.

Il problema dei contenuti generati da IA si affianca, per Big G a quello dei contenuti video. Oggi, infatti, si stima che su YouTube circa il 30% dei video contenga spam nei commenti. Alcuni sono semplicemente messaggi pubblicitari fastidiosi, altri sono proprio link che rimandano a contenuti hot, verso siti pericolosi, mentre c’è anche chi si finge l’autore del video, invitando a seguirlo su Telegram con la scusa di concorsi, premi e chi più ne ha più ne metta. Non proprio un periodo semplice per Google.






Intelligenza artificiale: il lato buono dei sistemi automatici
Per definizione, l’intelligenza artificiale è quel settore della computer science che studia lo sviluppo di sistemi dotati di abilità “umane”, in grado di raggiungere una specifica finalità, prendendo decisioni per conto delle persone.

Non tutta l’intelligenza artificiale è da vedere come un diavolo tentatore da cui allontanarsi per non cadere nella penalizzazione di Google. Esiste un lato “buono” dell’AI da sfruttare per fare content marketing.

Un caso da citare è quello della chatbot. Attraverso un linguaggio NLG, un software produce delle risposte sulla base delle domande poste. Oggi gran parte dei customer care fanno affidamento ai chatbot per problematiche facilmente risolvibili in poco tempo anche da un sistema automatico. In questo modo, il cliente o prospect viene soddisfatto senza alcun intervento umano da parte dell’operatore: questi interagisce solo nel caso in cui l’interlocutore non ritiene di aver ottenuto una risposta esaustiva.

L’intelligenza artificiale, inoltre, sta alla base dell’analisi dei dati. In ottica content marketing, un tool di AI risulta fondamentale nella scelta del miglior contenuto da scrivere in un determinato momento, nell’ottica di una determinata strategia e per raggiungere uno specifico obiettivo. Inoltre, grazie all’intelligenza artificiale si possono confrontare i contenuti con i suoi simili, per individuarne punti di forza e di debolezza.

Senza dimenticare, chiaramente, l’impiego dell’AI per “scovare” fake news e quindi disinformazione. Esistono, infatti, delle applicazioni in grado di analizzare i contenuti postati su web e social e individuare le parole e le espressioni utilizzate spesso da chi “promuove” notizie false: facciamo riferimento a titoli sensazionalistici o eccessivamente allarmanti. Questo, ovviamente, aiuta moltissimi gli utenti del web a capire quali fonti possono essere considerate autorevoli e quali scartare.

Queste applicazioni di intelligenza artificiale sono tra i più importanti e utili per soddisfare l’utente, i suoi intenti di ricerca e le sue esigenze, comprese quelle informative, tanto che anche Google li percepisce in modo produttivo e “gradito”. Vediamo di seguito, invece, quello che il motore di ricerca considera come spam


Non solo content AI: cosa è spam per Google?
Dopo aver visto come sfruttare l’intelligenza artificiale in modo “legale” per Google, vediamo cosa il motore di ricerca classifica come spam, oltre ai contenuti AI.
  • Reindirizzamenti non ammessi e pagine doorway. Si ha un reindirizzamento non ammesso quando ai motori di ricerca viene mostrato un tipo di contenuto, mentre gli utenti vengono reindirizzati verso contenuti diversi. Si parla in questo caso di pagine doorway, create per posizionarsi su query di ricerca specifiche. Il problema è che questa pagina re-indirizza in automatico l’utente (dopo millisecondi) verso un’altra. Questo avviene tramite l’implementazione di un codice javascript, sfruttato per indicizzare la pagina sui motori di ricerca, ma gli utenti visualizzano tutto un altro contenuto. Un altro reindirizzamento non ammesso si ha quando gli utenti desktop ricevono un contenuto e i mobile vengono reindirizzati verso un altro.
  • Keyword density troppo elevata. Eccedere con la parola chiave nel testo, conduce verso una grave penalizzazione da parte di Google. Il testo risulterà praticamente illeggibile e sarà chiara la forzatura, sia per Big G, che per l’utente, che non vedrà soddisfatto il suo intento di ricerca.
  • Contenuto copiato: è risaputo che fare copia-incolla da altri siti è una delle pratiche più sconsigliate, soprattutto perché facilmente rilevabile dal motore di ricerca, che subito etichetterà il tuo sito come low quality. Cerca quindi di proporre contenuti originali e distinguiti dalla massa!
  • Hotlinking sulle immagini. L’hotlinking è una pratica usata dagli spammer che consiste nel linkare sul proprio sito immagini ospitate su un altro server, sfruttando, di fatto, le sue risorse, i suoi file e la sua banda. Per Google è una scelta assolutamente scorretta e “punita” con la penalizzazione in SERP.
Queste sono solo alcune pratiche, legate perlopiù al contenuto, che vengono considerate dal motore di ricerca come spam e che si aggiungono come detto, ai contenuti generati con software di intelligenza artificiale. Abbiamo già parlato delle penalizzazioni manuali e algoritmiche: per evitarle, potresti dare una rinfrescata alla memoria!

In conclusione, Google, almeno per il momento, non vede di buon occhio i contenuti privi di apporto umano. Non discutiamo sulla qualità del testo e sulla capacità di coinvolgere e persuadere da parte del contenuto generato in automatico: valori molto spesso soggettivi; sconsigliamo l’utilizzo di strumenti per la scrittura basati sull’AI perché contrari alle normative di Google, che continua a prediligere e “premiare” gli User Generated Content che riescono a soddisfare nel migliore dei modi gli intenti di ricerca.

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Alex Baldarelli

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